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Il parco di San Rossore

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Il territorio oggi compreso all’interno dei confini del Parco Regionale di Migliarino San Rossore Massaciuccoli ha subito, nel corso dei secoli, una serie di modifiche per la gran parte riconducibili all’antropizzazione. Testimonianze storiche hanno permesso la ricostruzione dell’evolversi di questo ambiente, da sempre caratterizzato da ampie lagune intervallate da boschi e macchia mediterranea, tipici delle zone deltizie. Nelle cartine di un tempo, è evidente che, in passato, la linea di costa fosse sensibilmente spostata verso est: l’azione delle correnti marine e l’instabilità del corso dei fiumi, determinavano la formazione di lunghi cordoni sabbiosi, bloccando lo sbocco alle acque e creando così quest’ambiente di boschi e paludi che è sopravvissuto fino ai giorni nostri senza interventi eccessivi. Un tempo, gli scarsi insediamenti umani ed urbani, erano immersi all’interno di questo meraviglioso territorio; oggi, al contrario l’ambiente soccombe all’urbanizzazione. Bisogna comunque ricordare che, la zona, oggi organizzata a Parco, è stata da sempre oggetto delle cure dell’uomo, modificata fino a raggiungere l’attuale pianificazione. Interventi di bonifica effettuati nel corso dei secoli, iniziati dalla famiglia Medici e conclusisi in tempi più recenti (dal 1920 al 1940), hanno poi definito l’attuale geografia del territorio che oggi rappresenta una perfetta miscela fra azione dell’uomo e natura incontaminata.
Le grandi Tenute, ancor oggi presenti nel Parco sono da ricondurre al XV secolo, primi del XVI.

Le tenute della Provincia di Pisa
Quando la Repubblica pisana cadde sotto il dominio fiorentino, si avviò il passaggio dallo Stato comunale a quello regionale o signorile che cercava, proprio in questa zona, l’accesso al mare e che fondò Livorno. L’appropriazione di terre pisane da parte di grandi famiglie fiorentine favorì una nuova “conduzione” di queste zone. La Tenuta Salviati, le tenute Medicee di San Rossore, Coltano e Castagnolo e le fattorie di Vecchiano, Casabianca e Collesalvetti, si affacciano alle decurrate proprietà della Mensa Arcivescovile pisana e, in particolare, alla Tenuta di Tombolo. Inizia così un lento processo di inurbamento, di ripopolazione della campagna, di graduale diffusione degli insediamenti che investirà inizialmente le zone di Pisa, Livorno e le colline di Avane; le zone costiere, caratterizzate dal bosco e dal padule, rimarranno a lungo quasi completamente spopolate, escludendo quelle regioni in cui, grazie a interventi idraulici, si svilupperanno le condizioni di sopravvivenza umana.
Verso la fine del XVII secolo le proprietà granducali avevano aumentato la loro estensione in misura tale da poter considerare la fascia costiera dal Serchio fino alla Maremma, un unico latifondo Mediceo.
Le proprietà granducali erano organizzate in Tenute e/o fattorie.
Le prime venivano governate da un ministro alle cui dipendenze lavorava un certo numero di provvisionati fissi cui si affiancavano operai assunti temporaneamente in caso di necessità straordinarie. All’interno del territorio delle tenute venivano svolte principalmente attività quali la produzione del legname, lo sfruttamento delle praterie per il pascolo di animali di proprietà (bovini, cavalli, suini a Migliarino) o importati da altre zone, la pesca e la caccia. Questo era il caso di San Rossore, Coltano e Castagnolo, di Migliarino – appartenente ai duchi Salviati, ma assimilabile alla tenuta granducale - e, in misura minore di Tombolo, dove la proprietà della Mensa Arcivescovile di Pisa assume nel tempo le caratteristiche di “manomorta”.
Le fattorie (Vecchiano, Casabianca, Collesalvetti), al contrario delle tenute, basavano la loro economia sul podere a conduzione mezzadrile. Questo tipo di organizzazione si sviluppa grazie ad un lento processo iniziato con l’investimento di abbondanti risorse nelle opere di bonifica (in particolare nelle zone del padule ¬di Vecchiano, in quelle di Campalto e Barbaricina e nella pianura meridionale fra le colline livornesi e Stagno). I terreni, anche se parzialmente produttivi, venivano concessi a contadini residenti nei villaggi circostanti che si occupavano della coltivazione. Tramite questo processo si avvia quindi una pianificazione del territorio, sul modello delle aziende della Toscana centrale, basata su un’amministrazione centralizzata curata da un fattore e da una serie di divisioni territoriali – i poderi a conduzione mezzadrile – sui quali vengono costruite le case coloniche. L’introduzione della mezzadria, fino ad allora assente nel pisano, consente alla proprietà una progressiva diminuzione degli investimenti mediante un crescente sfruttamento della forza lavoro delle famiglie coloniche. Dopo la seconda metà del ‘770, sotto il governo di Pietro Leopoldo, le fattorie vengono livellate (divise in piccoli lotti ceduti a chi fosse disposto a coltivarli) o vendute. È questo il caso di Collesalvetti: diventata una delle maggiori fattorie della Toscana, subirà un processo di trasformazione innescata dall’allivellazione che porterà alla trasformazione delle originarie strutture produttive della fattoria (rete stradale, cascinali, centro direzionale) in vere e proprie Comunità autonome (Collesalvetti e Guasticce). La fattoria di Vecchiano sarà venduta al Salviati e Casa Bianca, anch’essa allivellata, perderà la propria identità a causa dell’espansione di Pisa nei terreni della stessa.
Per quanto riguarda le tenute, diversamente da quanto accade per le fattorie, non si assiste alla lottizzazione. Queste, saldamente in mano al granduca, acquisiscono un ruolo di svago e rappresentanza, in particolar modo sotto il governo di Leopoldo II, interessato alla creazione di ampie riserve di caccia. La fine della prima guerra mondiale segnerà il passaggio, storicamente negato e contrastato, da tenuta a fattoria con la cessione delle proprietà ai Savoia ed la donazione della villa di Coltano all’Opera Combattenti, successivamente bonificata e suddivisa in poderi.

Le Tenute della Provincia di Lucca
Nella Repubblica Lucchese, rimasta indipendente dal ‘400, la situazione del territorio e della proprietà si presentava totalmente differente a quella pisana. Il territorio era suddiviso in due zone distinte:
Sei Miglia: rappresentate dalle regioni pianeggianti nei pressi della città, erano suddivise divise in numerosi poderi, per lo più appartenenti a nobili mercanti lucchesi, che venivano affittati a contadini.
Vicarie: comprendevano le zone collinari, montuose e costiere ed erano organizzate in piccole proprietà di privati (soprattutto nella fertile e ricca pianura di Camaiore) e terreni collettivi, in genere per lo sfruttamento comune di pascoli e castagneti. Contribuivano alla frammentazione proprietaria coltivazioni specifiche quale quella dell’olivo.
Nei primi dell’800 si formerà nelle macchia viareggina la Tenuta Borbone.
La ricostruzione storica del territorio del Parco, ottenuta tramite una lunga ricerca bibliografica affiancata all’analisi di una vastissima documentazione cartografica, è alla base dell’intelaiatura progettuale del Piano di Coordinamento Territoriale: la suddivisione del territorio in fattorie e tenute, ambiti territoriali storicamente delimitati, ha fornito le basi per definire i confini ed identificare le distinte zone in cui oggi è organizzato il Parco.
Prima di esaminare in dettaglio le singole aree comprese nel territorio, vogliamo dare una definizione di Parco, spesso confusa con quella specifica per le riserve. I parchi sono oasi naturali, aree di particolare interesse naturalistico, o storico-culturale, che rispondono a determinati criteri stabiliti dalla legge. Le riserve invece sono rappresentate da aree terrestri, fluviali, lacustri o marine che contengano una o più specie naturalisticamente rilevanti della fauna e della flora, ovvero presentino uno o più ecosistemi importanti per la diversità biologica o per la conservazione delle risorse genetiche. Un “parco” non è quindi ¬una “riserva naturale”, sebbene possa comprendere zone opportunamente destinate a riserva, custodite e protette rigidamente. Nello specifico, il Parco regionale Migliarino San Rossore Massaciuccoli, costituito da un territorio molto vasto, dai contorni fortemente compromessi e comprendente zone fortemente alterate a livello antropico, viene istituito con lo scopo di salvaguardare tutte quelle zone naturali, relitti di un ambiente incontaminato e campioni di un territorio da considerare alla stregua di “riserva”. Il Parco ha dunque operato nella conservazione e nella ricostruzione del territorio portando avanti progetti di conservazione in collaborazione con università ed enti pubblici e privati.
La storia di questi luoghi, oggi circondati da un urbanizzato poco o nulla pianificato, ma proteso ad assorbire nuove quote di terreno non urbanizzato, può essere letta quale storia di sfruttamento economico, di ricerca di un valore aggiunto che, senza particolari interventi culturali, non si sarebbe potuto ottenere. Il parco può essere allora inteso anche quale condizione per poter ottenere nuovamente quei benefici che, pur parzialmente, furono ottenuti con le bonifiche e altri particolari interventi. È inoltre da ricordare che un Parco non viene istituito al fine di proteggere una determinata specie vegetale e/o faunistica né, tanto meno, per un romantico desiderio di natura; un Parco è bensì istituito per la necessità di pianificare un territorio urbanizzato e metropolitano allo sbando; di controllare un ambiente appestato da un inquinamento crescente; dall’esigenza di stabilire un nuovo equilibrio culturale ed economico dovuto proprio alla trasformazione epocale che stiamo assistendo. La sfida risiede nel mantenere vivo l’interesse per la conservazione degli ambienti ancora incontaminati e per il recupero dell’ambiente modificato (la natura alterata) senza perdere iniziativa poiché scoraggiati dalla difficoltà di tale impresa.

Ringraziamo www.parcosanrossore.org
 

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